Moda?

Modella anoressicaBighellonavo nel web, in cerca di notizie che potessero attirare la benché minima mia attenzione, quando mi imbatto improvvisamente in una foto con ritratta una modella: viso diafano, argentee labbra, capelli delicatamente raccolti a chignon. E … costole, tante costole, sottili, di cristallo, lasciate trasparire da un lembo di stoffa. Le potevo vedere chiaramente, se avessi allungato una mano avrei potuto toccarne l’osso, sentirlo freddo sotto i miei polpastrelli, perché c’era a ricoprirle solo un sottile strato di pelle trasparente.

Ho guardato quell’immagine per qualche minuto, domandandomi cosa rimane di affascinante nella moda se il suo scopo è creare capi adatti a un manichino, e non degni di essere indossati da una donna in carne e ossa, da una Giunone fiera delle proprie curve.

Osservo le passerelle, scruto le esili figure che vi fluttuano; mi volto per strada e gli stessi spettri li ritrovo in moltissime ragazze – più di quelle che non si voglia ammettere –, teenager delle generazioni più giovani, pronte a fare di quelle Barbie versione “anoressia” modelli esemplari, idoli da celebrare e imitare.

Amante della moda, mi chiudo in un triste silenzio pieno di parole, ma soprattutto di rimproveri rivolti a un meschino meccanismo che ha reso l’arte del vestire un terreno ricco di fruttuosi guadagni economici se a tintinnare negli atelier sono, oltre alle ossa delle modelle, i soldi.

Nel 2006 il mondo luccicante delle griffe incominciò a tremare: la modella brasiliana Ana Carolina Reston muore all’età di 21 anni per un susseguirsi di complicazioni fisiopatologiche, favorite da anoressia nervosa e bulimia. Lo stesso anno e quello successivo è la volta delle giovani sorelle Ramos, a distanza di soli sei mesi l’una dall’altra; l’autopsia parlava per entrambe di arresto cardiaco, nel caso della maggiore imputato a una malformazione congenita. Per Bella ed Eliana si faticò a indicare l’anoressia come causa scatenante; ciononostante è indubbio che, parlando in termini medici, gli effetti di una nutrizione irregolare e malsana, farcita per mesi con sole insalate, mele e fette di cocomero abbiano avuto conseguenze disastrose e mortali. Isabelle Caro raccontò tutta questa sofferenza usando consapevolmente la sua maestosa magrezza, così che noi spettatori potessimo contemplare le ferite indelebili che la condussero a un prematuro capolinea. L’ex attrice e modella francese lottò con tutte le forze, fino alla fine. La sua testimonianza echeggiò solo qualche mese, come se qualcuno, al suo smorzarsi,  avesse tirato un sospiro di sollievo pensando “si torna alla normalità, finalmente”. E questi sono solo alcuni degli esempi più noti, volutamente dimenticati in un  doloroso oblio che si vuole celare.

Alcune tra le notizie più recenti, risalenti a quest’anno, ci schiaffano in faccia l’amara cruda e irrisolta questione: da macabri scenari abitati da ragazze ingurgitanti stoffa in preda ai morsi della fame, l’eterna nemica – come racconta in «The Vogue Factor» l’ex giornalista di «Vogue Australia» Kirstie Clements -, si passa all’esterno del  Centrum för Ätstörningar di Stoccolma dove «sciacalli della moda» reclutavano ragazze sufficientemente anoressiche.

Quando si crede di aver raggiunto la vetta più alta dell’assurdità, la realtà si mostra palesemente ai nostri occhi, ricordandoci come spesso superi le fantasie più riluttanti. Allora viene naturale chiedersi cosa abbia di tanto sbagliato il corpo della donna nella maestosità delle sue curve. Non è riduttivo attribuire sempre più spesso al décolleté un ruolo centrale in termini di sensualità? Il corpo femminile non si modella forse anche su fianchi e cosce più o meno morbidi e carnosi? Per non parlare del cosiddetto “lato B”, l’unico a quanto pare insieme al seno a non aver subito un declassamento. Le domande si accavallano le une sulle altre, pretendendo risposte non corrispondenti alla realtà dei fatti: tra gli adolescenti fino all’età medio adulta, il corpo “magro” è sempre più un marchio di riconoscimento, inserimento e accettazione nella società.

Fortunatamente la metà luminosa della stessa medaglia ci palesa ancora oggi Marilyn Monroe come indiscussa icona sexy di tutti i tempi, per non parlare di una a dir poco generosa Sofia Loren, fino alla più attuale Monica Bellucci.

Robyn Lawley

La sensualità della donna si gioca non solo sullo sguardo, il modo di porsi e di parlare: un ruolo centrale lo detiene il linguaggio del corpo, e in particolare  lo svolgono le sue forme più o meno sinuose e rotondeggianti, splendide nella loro imperfezione. Una delle ultime scoperte nel campo della moda, un raro caso d’eccezione, ha puntato proprio su questi aspetti elementari: mi riferisco alla ventiquattrenne Robyn Lawley, colei che attualmente sta facendo impazzire un po’ tutti. La ragazza, di madre terra australiana, detiene il primato come modella “plus-size” per Ralph Lauren. Splendida e a dir poco maestosa nel suo 1.87 m di altezza, la Lawley sfoggia forme ben distribuite in un’abbondante taglia 44 che le calza a pennello.

Dall’interno di quello stesso mondo – in parte colpevole di una paralisi della bellezza intorno a fattezze sempre più pallide sottili e leggere – hanno origine per forza contraria soluzioni opposte, che attraverso la loro unicità giocano un ruolo sempre più importante. O almeno è questo che si spera.

Credo sia giunto il momento in cui il mondo della moda dia per estinto un modello di donna utopico e fittizio, perché è irreale e ancor peggio un crimine persuadere un essere umano con un’altezza minima  di un 1,70 m di poter vivere serenamente in 40 kg di massa corporea. Ipocriti sono coloro che vestono una donna di tali fattezze con una sensualità che non possiede più, ma che avrebbe tutto il diritto di avere e custodire gelosamente, di sfoggiare senza vergogna. È assurdo rendersi conto come una Robyn Lowley sia considerata l’eccezione “outsize”, quando tutta la sua femminilità e sensualità esteriori si devono a questo ingombrante ma passabile “difetto”.

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