Un amore senza fine – 1ª parte

“È lui. Sì, riconosco i languidi occhi, le labbra carnose, il sorriso… quel sorriso…”

A Giselle si sta appannando la vista. Il cuore le martella nel petto senza tregua, perle di sudore freddo iniziano a scenderle giù lungo le tempie.

Poco più in là, un giovane dall’aria baldanzosa tiene a braccetto una splendida fanciulla vestita con abiti nobili. Lei sorride, è felice. Lui appare rilassato, ma una ruga fra le sopracciglia tradisce l’agitazione che gli scorre nelle vene. Intorno a loro si è riunito un crocchio di persone festanti e incuriosite. Alcune guardie dell’esercito regale sorvegliano la situazione con occhio attento.

Giselle barcolla sulle gambe.
Trova un sostegno accanto a lei, vi si getta: sono le braccia della madre.
In un impeto sfrenato, dettato da un fulmine a ciel sereno saettato nella sua anima, Giselle inarca la schiena e protende il viso verso il cielo. La sua bocca di rose si schiude per lasciar fuoriuscire un grido profondo, disperato, inumano, lungo un’eternità.

Sui presenti cade improvvisamente un silenzio glaciale.
I tamburi si fermano insieme ai canti di festa e alle risate.
Tutti gli occhi sono gettati lì, su quella ragazza inginocchiata e racchiusa in sé stessa, con il volto rivolto a terra e coperto dai capelli corvini, sciolti in indomite onde.

In quell’istante Albrecht la riconosce. Lascia immediatamente il braccio della compagna, si protende verso Giselle, ma non riesce a muoversi.
«Giselle» sussurra in un bisbiglio, le lacrime gli scendono lungo le guance.
Oramai è troppo tardi.

La nobildonna guarda Albrecht per un istante lungo abbastanza per permetterle di capire. Quella povera ragazza, inerme e indifesa, quell’umile contadina… Non le serve altro. Osserva il proprio fidanzato, riflettendo su cosa fare. “In fin dei conti, cosa so di lui?” si chiede Bathilde; non sa nulla infatti, se non che lei, figlia del duca di Curlandia, a breve convolerà a nozze con quell’Albrecht conte di Slesia. Basta, tutto qui. Questo è quello che vuole suo padre, e questo quello che avrà.
Bathilde lancia impassibile un ultimo sguardo a Giselle, e poi ad Albrecht. Infine sparisce dalla scena avvolta dal proprio esercito.

Il cielo si rabbuia.
L’aria è pesante, quasi si riesce ad afferrarla.

Giselle si scuote piano, alza la testa.

«Figlia mia!» grida infelice la madre, gettandosi accanto alla fanciulla, abbracciandola, cercando di scaldarla stringendola forte, perché il suo corpo è freddo come pietra.

Fissa davanti a sé un punto lontano, fissa il vuoto.
Un leggero sorriso le compare sul volto vitreo. «Loys» chiama Giselle, persa nell’abisso dei suoi ricordi.

«Oh Giselle, mia dolce amata Giselle. Sono qui, guardami» implora Albrecht, gettandosi in ginocchio accanto a lei. «Scusa amore mio, perdonami. Non avrei mai dovuto… fragile e stupenda creatura di questo mondo».

«Non ti avvicinare, spregevole bugiardo!» urla la madre della ragazza, fissandolo con occhi demoniaci.

«NO!» esclama Giselle, che con scatto felino balza in piedi svincolandosi dai due. «No! Tu non sei Loys, tu non sei il mio cuore! Loys tornerà, ne sono certa, lui mi ama. Lo ha detto la margherita… m’ama non m’ama m’ama non m’ama m’ama non m’ama… m’ama!»

Albrecht scoppia a piangere silenziosamente, il volto racchiuso nelle mani.
Ricorda quel giorno, quel meraviglioso giorno in cui la vide per la prima volta: danzava leggiadra sui prati verdeggianti, sorridente e spensierata, ingenua e bellissima. Lui non ha resistito a tale sublime spettacolo, e con un cambio d’abiti si è trasformato nell’umile contadino Loys.
Non aveva altro modo per avvicinarsi a quella diafana creatura, per sperare di danzare con lei, anche solo per una volta.
Per sperare di essere amato come lui sentiva di amarla: inspiegabilmente profondamente.

Poi i loro occhi si incontrarono, e Giselle non ebbe scampo.

Amore fu.
E di quelli improvvisi, inaspettati, stelle cadenti che brillano incandescenti e accecanti.
Di quelli devastanti e assoluti, che lasciano intorno a sé solo terra bruciata.

Ballarono insieme, e tanto.
Giselle prese in mano quella margherita, e iniziò a strapparle i petali, recitando silenziosamente «m’ama, non m’ama, m’ama, non m’ama».
“Non m’ama” si rabbuiò la fanciulla, lasciando il fiore nelle mani dell’amato, e salutandolo sommessamente.
“No!” pensò Albrecht, “non sarà una stupida margherita a portarmela via”.
Dei quattro petali rimasti, Albrecht ne tolse uno. Porse di nuovo il fiore a Giselle, che nel frattempo stava indossando lo scialle per avviarsi verso casa.
Quando prese in mano la piccola margherita, il suo viso si illuminò.
«Allora mi ami» disse, gettandogli le braccia al collo e baciandolo lungamente, profondamente.

Fu allora che Giselle donò il proprio cuore a quell’umile contadino.
Lo fece senza riserve, fidandosi di lui.
Lo fece completamente.

Viktoria Tereshkina, Giselle

Liberamente ispirato al balletto “Giselle”, messo in scena dalla Compagnia Mariinskij al Teatro Alighieri di Ravenna.

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